United States Holocaust Memorial Museum The Power of Truth: 20 Years
Museum   Education   Research   History   Remembrance   Genocide   Support   Connect
Donate
Enciclopedia dell’Olocausto

 

 

 

Testimonianze Orali


Joseph Stanley Wardzala
Data di nascita: 1923, Smigno, Polonia

Joseph descrive il lavoro nel campo di Hannover [Intervista: 1990]

Testo:

Lì, al lavoro, eravamo in tanti ... tante persone. C'erano Polacchi e gente di altre nazionalità, Italiani, e Francesi. Noi non si parlava molto perché ... insomma ... i Tedeschi erano i nostri capi e le nostre guardie erano armate; così non potevi scappare e non potevi parlare, non molto ecco. Se parlavi e quelli ti vedevano, venivi subito picchiato. Quindi si poteva solo lavorare. Se parlavamo, lo facevamo molto piano. Noi Polacchi parlavamo tra noi, sì, ma in modo che non ci sentissero, i Tedeschi voglio dire. Poi, loro controllavano ... sempre ... che tu facessi un buon lavoro e se facevi qualcosa di sbagliato allora loro ti picchiavano con le pale o con i fucili. E poi qualche volta... cioè... un giorno io dovevo portare del cemento da un treno ed eravamo in due e ognuno prendeva un sacco e se lo caricava sulle spalle e poi lo portava in magazzino. E dovevamo anche correre. Quando pioveva, poi, era un vero disastro. Se poi il sacco di cemento si rompeva, allora ti picchiavano ... anche se non era colpa tua, ma dovevi fare molta attenzione. Erano molto attenti ai possibili sabotaggi. Non potevamo organizzare sabotaggi, in Germania, perché se ci provavi, ti costava la vita.

Lì, al lavoro, eravamo in tanti ... tante persone. C'erano Polacchi e gente di altre nazionalità, Italiani, e Francesi. Noi non si parlava molto perché ... insomma ... i Tedeschi erano i nostri capi e le nostre guardie erano armate; così non potevi scappare e non potevi parlare, non molto ecco. Se parlavi e quelli ti vedevano, venivi subito picchiato. Quindi si poteva solo lavorare. Se parlavamo, lo facevamo molto piano. Noi Polacchi parlavamo tra noi, sì, ma in modo che non ci sentissero, i Tedeschi voglio dire. Poi, loro controllavano ... sempre ... che tu facessi un buon lavoro e se facevi qualcosa di sbagliato allora loro ti picchiavano con le pale o con i fucili. E poi qualche volta... cioè... un giorno io dovevo portare del cemento da un treno ed eravamo in due e ognuno prendeva un sacco e se lo caricava sulle spalle e poi lo portava in magazzino. E dovevamo anche correre. Quando pioveva, poi, era un vero disastro. Se poi il sacco di cemento si rompeva, allora ti picchiavano ... anche se non era colpa tua, ma dovevi fare molta attenzione. Erano molto attenti ai possibili sabotaggi. Non potevamo organizzare sabotaggi, in Germania, perché se ci provavi, ti costava la vita.

Joseph e la sua famiglia erano Cattolici. Dopo che la Germania ebbe invaso la Polonia nel 1939, i Tedeschi cominciarono ad organizzare rastrellamenti regolari dei Polacchi per mandarli ai lavori forzati in Germania. Jospeh riuscì a sfuggire due volte all'arresto, ma la terza volta, nel 1941, venne deportato in un campo di lavoro ad Hannover, in Germania. Per più di quattro anni venne obbligato a costruire rifugi antiarei in cemento. Dopo la liberazione, avvenuta nel 1945 ad opera delle forze statunitensi, il campo di lavoro venne trasformato in un campo profughi e Joseph rimase lì fino a quando, nel 1950, non ottenne un visto per entrare negli Stati Uniti.

— US Holocaust Memorial Museum - Collections

Copyright © United States Holocaust Memorial Museum, Washington, D.C.